Secondo l’articolo 31 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, «gli Stati parte riconoscono al fanciullo il diritto al riposo ed allo svago, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età».
Come mai il gioco è considerato così importante da muovere un’assemblea formata da eminenti rappresentanti della maggioranza degli stati del nostro pianeta ?
Il valore pedagogico del gioco è ormai universalmente riconosciuto: è veicolo primario di comunicazione e socializzazione e, di conseguenza, di crescita.
Giocare vuol dire esercitare l’immaginazione e Albert Eistein affermava che «l’immaginazione è più importante del sapere». La creatività, l’immaginazione, il «pensiero laterale» (E. De Bono), cioè la formazione di un pensiero legato a quello di origine ma divergente da esso, costituiscono la molla fondamentale per la creazione di idee nuove e la conseguente soluzione dei problemi che si devono affrontare nella vita di tutti i giorni. Piaget affermava che il gioco nasce quando — avendo acquisito una capacità o compiuto una scoperta — il bambino cerca di far aderire (allo schema motorio o cognitivo appena acquisito) oggetti nuovi, con il risultato di esercitare l’abilità e la scoperta stesse. Da questo esercitare «schemi» acquisiti da poco deriva il «piacere funzionale», la soddisfazione ed il potenziamento della personalità.
Meno evidente, e maggiormente trascurato — se non a livello estremamente teorico e mai applicativo — è che nell’adulto si verificano gli stessi meccanismi. Se nel bambino l’apprendimento e lo sviluppo della personalità sono fenomeni che si verificano in lassi di tempo particolarmente brevi, queste capacità sono presenti anche nell’adulto, anche se rallentate o sopite, e lo sono fino all’età più tarda. Esse scompaiono solo alla morte dell’individuo stesso.
Scopo del gioco, nel ragazzo e nell’adulto, è — quindi — di mantenere costante l’attenzione, la curiosità, la voglia di apprendere. L’individuo che non ha più curiosità, voglia di mettersi in discussione, deve essere stimolato a ritrovare in sé questi doni: l’alternativa è la morte sociale.
Il gioco ha, inoltre, un’altra funzione fondamentale: quella di mezzo di comunicazione. Non si gioca mai da soli: si gioca con se stessi, ponendosi di fronte un altro sé; si gioca con qualche cosa, mettendo alla prova le proprie capacità, e si gioca con qualcuno.
In quest’ultimo caso, il gioco induce l’individuo a cercare strategie collaborative od «offensive» (es. scacchi) per il raggiungimento dello scopo, in una situazione strutturata e controllata, all’interno di regole precise, accettate da entrambe le parti. Fondamentale è che il gioco, per essere tale, deve essere svincolato dal conseguimento di un qualsiasi utile.
Inoltre, va sottolineato il suo potere di stimolare la curiosità intorno al gioco stesso: per cui l’appassionato di “GO”, prima o poi, sarà incuriosito e vorrà sapere quando è nato, perché la scacchiera è quadrata, le caselle hanno tutte lo stesso colore e le pedine sono bianche o nere. Ciò lo avvicinerà, nello specifico, alla storia, alla cultura ed alla filosofia cinesi.
Il fatto che la psicoterapia si svolga sotto forma di gioco, la dice lunga sulle capacità restitutive del gioco stesso.
Però non tutti i giochi hanno le stesse qualità «magiche» Vi sono due differenti tipi di gioco : i giochi «a somma zero» e quelli «a somma diversa da zero». La distinzione tra i due è molto semplice. I giochi «a somma zero» sono il Poker, la roulette, le scommesse, ma anche la tombola, il “gratta e vinci” ovvero tutti quei giochi in cui uno dei giocatori vince quello che riesce a sottrarre all’altro; il nome deriva dal fatto che la somma algebrica tra quanto viene vinto e quanto si è perso ha, come risultato, zero. I giochi «a somma diversa da zero» sono gli scacchi, i giochi di ruolo, le carte in generale, i giochi da tavolo, gli sport e tutti quei giochi in cui la vincita di uno dei contendenti non avviene a scapito dell’altro (es. gli scacchi), o dove perdono tutti (es. un gioco in cui nessuno riesca a superare le prove in un tempo definito), o dove vincono tutti (come in una comune sessione di gioco di ruolo), per cui la somma algebrica del risultato finale può essere positiva o negativa ma mai zero. Lo ZERO è il nulla, il vuoto, ed il vuoto non restituisce nulla. Invece, il continuo confronto/scontro tra positivo e negativo rappresenta il principio creatore. Pur promuovendo, di conseguenza, i giochi «a somma diversa da zero», non si vuole demonizzare il pokerino tra amici o la tombola natalizia. Si deve però ricordare che questi giochi non sono il fine, ma il mezzo per passare una serata insieme.
Per concludere, si invita il lettore a rivedere il significato negativo troppe volte, ed impropriamente, attribuito al termine giocatore. Dedicare un po’ del proprio prezioso tempo al gioco, fosse anche un solitario, non è perdere tempo ma, nella peggiore delle ipotesi, regalarsi tempo. Anche se si è tornati da una giornata di lavoro stressante e si avrebbe voglia solo di fare un po’ di «zapping» ed andare a dormire, la cosa migliore è radunare le energie residue e dedicarsi ad un gioco, magari chiamando uno o due amici, perché il gioco — in ultima istanza — rigenera le energie fisiche e mentali, allontana i pensieri sui problemi giornalieri e regala migliori sogni, favorendo un buon sonno.

(Ruggero Signoretti)